mercoledì 14 marzo 2012

“A fronte alta, per guardarsi negli occhi”


 Intervista ad Andrea Latelli del movimento meridionalista In piedi, a fronte alta.



di Pasquale Allegro




Credo che Foucault sarebbe stato d'accordo con me sul fatto che il campo intellettuale si misuri sulle verità che scuotono le abitudini. Entrambi disgustati da quella figura d’intellettuale assuefatta alle convenzioni - che ha risposte su tutto ciò che è già concordato - e terribilmente infastiditi dalla sua impertinenza e la sua sconsideratezza, avremmo poi disegnato insieme l'itinerario immaginario che conduce, sempre in bilico tra fede e cultura, all’identità del nostro sapere. Animare, riscoprire, risvegliare: da sotto un cumulo di rovine sarebbe emerso infine il ritratto sincero di un intellettuale che fa dell’amore per la memoria un sacrificio sociale. Alla vista dei visitatori stranieri - fanno paura questi giganti -, vestito di tutto punto come si conviene alla circostanza, questi come d’incanto avrebbe manifestato, nei capelli e in ogni cellula del suo corpo, la propria biografica appartenenza. E invece no, non andò proprio così, se tanti, tantissimi, con quello stesso abito e valigetta al seguito, lasciarono la propria terra sotto un cielo compunto di stelle e di bugie...
“Dati alla mano”, m’informa Andrea Latelli, giovane lametino laureato in filosofia con un debole per la rivisitazione storica, “quasi 26 milioni di persone sono emigrate dal Sud, lungo tutti i 150 anni che vanno dall’Unità d’Italia ad oggi. Una cifra incredibile se si pensa che, da questi dati storici dell’Istat, viene fuori che prima del 1861 il meridione non conosceva affatto il fenomeno dell’emigrazione, mentre dalle regioni del Nord, effettivamente più povere, già si emigrava. Anzi, ti dirò di più”, conclude soddisfatto, “il Sud era addirittura meta d’immigrazione straniera”.
Ma no, assolutamente non si tratta del solito neoborbonico nostalgico, la sua è “un’operazione di contestualizzazione del passato nel presente”, portata avanti con “coerenza di metodo e scrupolosità nei contenuti”. Il suo pensiero s’inerpica solido su considerazioni esegetiche: “Io non sono nostalgico”, s’inalbera, “credo soltanto che serva rileggere la storia per ricostruire la memoria, altrimenti la nostra identità frana sotto i nostri piedi”. M’impressiona a tal proposito immaginare un contesto culturale in cui non si comprende fino in fondo la propria storia; smarriti, sconosciuti a noi stessi, vaghiamo. Urge un intervento. “Riavvolgere i nastri della storia per riascoltarla e riscriverla”, questa l’operazione culturale di cui si fa promotore Latelli, e se “ancora dopo tanti anni c’è la volontà di rimuovere e cancellare” dobbiamo arrivare a mettere in discussione “questa fantomatica identità nazionale che poi di fatto si rivela fragile”.
Cosa ha cercato di nascondere, per tutto questo tempo, una certa storiografia colpevole di dare una sepoltura coatta a talune interpretazioni, per così dire, scomode? “Si possono individuare degli episodi storici precisi, delle strategie economiche, politiche e finanziarie”, mi risponde afferrato, “che hanno determinato la condizione di subalternità del Sud verso il Nord, le stesse che continuano a mantenerla”. Eppure, noi fanciulli, sfogliando distrattamente e ingenuamente pagine di Storia, accoglievamo eccitati episodi di narrata emancipazione... Uguaglianza sociale, dunque, dove stavi di casa? Mettiamo nel computo delle cose che noi, sì noi meridionali, siamo, come dire, geneticamente ininfluenti... Piede e tacco peninsulare, praticamente terra terra: “Noi nasciamo, cresciamo sui banchi di scuola già feriti nell’orgoglio, cresciamo già con delle speranze sopite, già convinti che questa condizione di subalternità sociale, culturale ed economica sia qualcosa d’innato, che ci appartiene da sempre, che ha ragioni ataviche. Ed io pongo il dubbio: ma è davvero così?”.
Sotto questa illustre egida della domanda si pone l’impegno di Andrea e del suo movimento “In piedi, a fronte alta”, ed è in questo ambito che si è dato vita ad un’iniziativa culturale che si è tenuta lo scorso 16 febbraio presso il Liceo Classico "F. Fiorentino" di Lamezia Terme. Un incontro dal tema: Educati alla minorità. Il confronto di idee, che si è avvalso della collaborazione della Casa della Legalità e della Cultura, ha corrisposto l’urgente aspirazione dello studioso di contestualizzare un passato scomodo, inserendola nella dinamica dialettica con le scuole, “perché sono questi i luoghi in cui far crescere la speranza, in cui si può seminare per raccogliere dei frutti importanti al fine di cambiare la società”.
In quell’occasione, nel parlare di educazione alla minorità è stato presentato un lungometraggio, Il Canto dei nuovi emigranti, firmato dai registi calabresi Arturo Lavorato e Felice D'Agostino, dedicato alla figura del poeta sambiasino Franco Costabile. La proiezione di un pellicola riguardante il fenomeno dell’emigrazione in generale, riletto ovviamente con particolare sensibilità lirica, è stata solo un attestato memoriale per trattare un tema attuale come è quello dell’emigrazione studentesca. Accompagnato pertanto da Paolo Bambara, un altro giovane impegnato nel movimento, Andrea Latelli illustra i risultati di un approfondito studio effettuato sul fenomeno degli studenti in fuga. Partito dal considerare come Sud le regioni facenti parte del vecchio Regno delle Due Sicilie (comprendente dunque gli attuali Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia), Latelli snocciola i seguenti dati, secondo l’ultimo rapporto del CNVSU aggiornato al mese di gennaio 2011: il numero degli studenti del Sud immatricolati al centro-Nord è di 24.182; il 25% degli studenti del Sud abbandona la propria regione; il 40% degli studenti calabresi abbandona la Calabria. “Il dato allarmante”, sottolinea, “è che non solo non si studia in Calabria, ma non si rimane proprio nel Sud; si va a studiare, cioè, da Roma in su”. E se poi andiamo a vedere quanti sono i ragazzi che partono per le università del centro-Nord, lungo un percorso di laurea che dura in media 7 anni, lo studio rivela una cifra che ammonterebbe a 145.046 studenti.
“E questo è il flusso delle risorse umane, dopodiché passiamo al flusso delle risorse economiche”. Eh, beh, a tal proposito non sono mica bruscolini - secondo fonti OCSE, Sole 24 ore, etc. – gli 11.000 euro che ogni anno in media tra spese d’iscrizione, di vitto e alloggio, di trasporti, di acquisto libri, extra, etc., si spendono, “e ci siamo voluti tenere volontariamente bassi”, puntualizza Latelli. Poi moltiplicando questi costi per gli anni del percorso medio di laurea (11.000x7) ci si ricava il costo medio di 77.000 euro che ogni studente fuori sede deve fronteggiare per raggiungere la laurea; e se ancora - lui cifre alla mano, io mal di testa da teorico compulsivo – volessimo conoscere quanto capitale si sposta ogni anno da Sud, relativamente al numero complessivo dei ragazzi che studiano al centro-Nord (145.046x11.000), constateremmo che dalle nostre saccocce prendono il volo ben 1.595.506.000 euro. “E se tu pensi”, mi dice beffardo, “che l’ultima finanziaria del governo, la cosiddetta lacrime e sangue, ammonta a 5 miliardi:..”. Sì, un bel raffronto, ogni anno quasi due miliardi di euro si spostano dal Sud verso il Nord.
Ma ancora un dato importante emerge dagli interminabili grafici che Andrea Latelli mi spiattella sotto gli occhi: nella classifica delle università italiane stilata da Censis - Repubblica, secondo criteri di valutazione che riferiscono della qualità degli Atenei e della ricerca, l’Università della Calabria di Cosenza svetterebbe al 2° posto, e sottolinea 2°. Le altre sedi universitarie sono allora oggettivamente preferibili a quelle meridionali, calabresi in primis? Ma ancora più interessante il fatto che, secondo la fonte del MIUR, l’ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università, la principale fonte di entrata per le Università italiane, di cui avrebbe usufruito l’Unical negli anni che vanno dal 2006 al 2011, corrisponde alla metà di quello di cui ha beneficiato, per fare un esempio, l’Università di Pavia, nonostante quest’ultima annovererebbe 10.000 studenti in meno dell’ateneo calabrese. Con un’ulteriore precisazione: “Rispetto agli altri atenei, che godono dei finanziamenti di alcune fondazioni, le nostre strutture universitarie non beneficiano di altre entrate”. C’è dunque “una distribuzione iniqua dei fondi di finanziamento”, denuncia Latelli, “e mi chiedo: se noi meridionali, come ci accusano, pecchiamo di ritardo strutturale, allora buon senso consiglia che si favorisca una fase di recupero o per lo meno che questi finanziamenti vengano distribuiti equamente”. Cosenza è seconda, nonostante abbia finanziamenti in meno. Cosenza è seconda, nonostante abbia in media un numero elevato di iscritti. E allora dove sta il gap?
L’iniziativa “Educati alla minorità” si prefiggeva proprio “il compito di sdoganare una dinamica psicologica: una cosa è la percezione della qualità, un’altra la qualità reale. Il grande lavoro culturale che bisogna fare deve proprio andare in questa direzione”. In un sussulto di protervia culturale, suvvia per darmi un tono, gli ricordo che infatti etimologicamente “educare” significa condurre fuori. Quando infatti, Latelli, alla fine dello studio chiede ai ragazzi in sala il motivo per cui la maggior parte dei diplomati si reca a studiare al Nord, puntualmente si sente rispondere che probabilmente lì offrono sevizi migliori. Con la medesima puntualità, arriva il commento dello studioso: “Questo è ormai il nostro modo naturale di vederci. Noi stessi siamo così abituati che siamo i primi a svalutarci, a non dare il giusto valore a quelle che sono delle realtà effettivamente positive del nostro territorio”.
E qui terminiamo ogni riferimento alla validissima iniziativa del Classico, per ricollegarci alla nostra chiacchierata. “Io voglio dimostrare che è un’indotta subalternità che s’iscrive in un contesto più generale, storico”, mi confida così il leitmotiv del suo esperimento. Da onesto e diligente cultore qual è, riferisce dunque di uno studio pubblicato da Vittorio Daniele, professore all’Università Magna Graecia di Catanzaro, e da Paolo Malanima, professore di Storia Economica, un’analisi che ci fa tornare indietro fino all’Unità d’Italia; periodo in cui “fondamentalmente ti dicono, dati alla mano, che all’indomani dell’Unità, cioè dal 1861 in poi, il divario economico tra Nord e Sud non c’era, e te lo dimostrano riportando il PIL di tutte le regioni”.
Cita fonti storiche per non essere accusato di approntarsi superficialmente alla materia. Su di giri, infervorato da una querelle che non vuole assolutamente cedere ai tentativi di revisionismo, mi parla del contributo importante che a tal proposito ha fornito il noto economista liberale Vito Tanzi: “Cavour portò il Piemonte ad avere un debito pubblico di 2.000 milioni d lire, una cifra raccapricciante per l’epoca. Per scongiurare un’inevitabile bancarotta, dunque, ingegnò l’invasione del Sud”. Secondo questo punto di vista, “quella piemontese non è stata che un’opera di colonizzazione per il controllo del Mediterraneo. Il Regno delle Due Sicilie possedeva infatti un’importante flotta. E, si badi bene”, continua, “il fenomeno s’iscrive in uno scenario internazionale in cui avvengono grandi colonizzazioni. Tutti i paesi del centro nord Europa, infatti, stavano colonizzando paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America...”. Al di là delle solite tiritere tra mazziniani e garibaldini, è “lo scenario economico dunque che detta quell’operazione”. La moneta decide. In quell’immenso Monopoli della Storia, le banconote sostengono la retorica dei mille uomini contro tutti, mentre i comandanti e i generali tradiscono con più facilità di quanto si possa creare un mito. Il confine tra la leggenda e la realtà è così labile che quasi quasi si assiste ad un imbarazzante commiato della ragione. 
Andrea Latelli è un fiume in piena: “Questo processo di depauperamento delle nostre risorse ha portato a delle conseguenze economiche, sociali e culturali... ha distrutto un’identità!”. Riflessione che, fatta da chi nella tesi di laurea ha approfondito il rapporto tra alterità e identità, ha tutto il sapore di una sentenza definitiva. “Anche la grande emigrazione”, spiega, “era funzionale a quella strategia... Al Nord arrivava forza lavoro che per quelle regioni non costituiva alcun costo, perché non era stata formata da loro. Costabile scrive “le nostre giacche nei pollai d’Europa...”. In più quella forza lavoro non era che manodopera a basso costo e di conseguenza i salari venivano bloccati. Non si faceva nulla per far rimanere la gente al Sud, perché una regione sottosviluppata doveva rimanere tale per poter invitare subdolamente i suoi lavoratori a partire per alimentare altre economie”.
È dunque un sistema globale ed economico atto alla gestione del potere. Le maglie strette, strettissime, di una rete infinitesimale di dominio, soffocano le economie di quei paesi inopinatamente condannati alla mera sussistenza: “Cos’è l’assistenzialismo se non un modo ambiguo di dare il sostentamento necessario a che l’individuo non si trasformi in un rivoltoso, a che possa continuare ad essere un consumatore e, la cosa più importante, a che non possa superare i confini oltre il quale si crea sviluppo?”
A questo punto Latelli indica la strada da percorrere: “Un processo di decolonizzazione, è questa la risposta. Una decostruzione di quella opera di colonizzazione, insieme alla volontà di riappropriarsi del territorio, della mentalità giusta, dell’identità vera, della profonda emancipazione”. Attraversando le stanze immense dei pensieri, penso tra me e me: ma non è che questo brillante giovane mi fonda un partitino, di quelli tipo Meridioneenonsolo? Ma... è consolante: “Niente conquista del palazzo, si deve puntare su un discorso di responsabilità personale, di presenza e di impegno sul territorio, favorendo le sue vocazioni naturali, le sue ricchezze e la sua storia. Bisogna oltrepassare la modalità di fare politica che è funzionale a quel sistema di potere. Bisogna ripensare la politica, smettendola di delegare i partiti a livello nazionale”. Quasi un eversivo del concetto e della comunicazione. Un linguaggio nuovo, dice. Parole che si fanno e si disfanno per richiamare la propria storia con un nome nuovo.
E poi si accende in volto di una luce quasi apologetica, non direi idealista, no, perché è evidente che il gioco si fa duro e lo scenario è oggi, qui e ora: “Faccio un appello ai giovani”, sbotta in un impeto gravido di messaggi, “soprattutto ai giovani laureati che dovrebbero disporre degli strumenti atti a comprendere e interpretare la realtà ed eventualmente a modificarla. Noi abbiamo una doppia responsabilità rispetto agli altri. Dobbiamo rimanere perché il futuro siamo noi. A volte, a chi va via per una realizzazione personale, infischiandosene della comunità, conviene pure pensare che noi meridionali siamo condannati naturalmente a essere subalterni... Sono grandi alibi, non bisogna sfuggire alla proprie responsabilità, che sono anche quelle collettive”.
In piedi, a fronte alta, è il nome del movimento. Consapevolezza di sé e riappropriazione dell’identità comune, sono con chiarezza i baluardi, sogni da sveglio. Costruendo a piccoli passi, la distanza sfuma e le altezze franano. “È vero, il rapporto è squilibrato tra Nord e Sud”, osserva costernato Latelli, “in un rapporto di completa reciprocità il nostro capo è piegato, in piena e totale genuflessione”.
Incurante dei pregiudizi, del sodalizio delle commemorazioni e della lunga stagione dell’oblio, accomiatandosi da me Andrea Latelli si augura di effettuare presto quella che, con malcelato orgoglio, definisce una manovra di riposizionamento: “grazie alla quale”, sospira, “io non mi sento più inferiore a te, e a fronte alta ti guardo negli occhi”.
Non ho fatto molto caso a quelle parole, perché la gran parte dei sognatori si lasciano strappare una promessa. La colpa è nella maledizione del portamento.


da "Il Lametino", 25 febbraio 2012

sabato 10 marzo 2012

La bellezza, se la canti













Un brulichio d’identità,
flebile, si consegna
a segnare il tuo viso.

Nel solco dei lineamenti
scorre il tempo,
il disagio delle ore,
l’accanimento dello spazio
occupato dagli anni;

tutto è scosceso fino al mento,
fino alla ragione puerile
che traduce le tue intenzioni
in sciocche parole di eternità.

Buongiorno stoltezza
e contrita sete di calamità naturali,
buonanotte rovine e sepolture commosse;
la bellezza, se la canti,
non si logora mai.


sabato 25 febbraio 2012

Se Dio parla lo stesso linguaggio della poesia.

Presentato al “Dimartedìculturando...” una raccolta di versi del poeta Nicola Giordano.


di Pasquale Allegro



DetQuando si parla di poesia o quando un verso viene scagliato fuori dalla pagina perché lo si possa ascoltare, le parole si fanno sottili come se sfumando volessero rinnovarsi e svelare l’incontro con un Altro da sé.
Nell'assenza di parole la poesia inizia così a farsi sentire, e come d’incanto si fa corpo o filo di aquilone, tesa a incontrare itinerari diversi e sponde ignote, a riscuotere un'eredità che va restituita all’anima. E quel verso, che nella solitudine si frantuma singhiozzante davanti all’Altro che appartiene a Dio, arriva a rielaborare e a definire tutto un mondo, attraverso il vibrante appello alla libertà di essere amante amato, perché la poesia detiene sempre l’ultima parola dell’amore.
Nicola Giordano, sacerdote del crotonese e carismatico fondatore del movimento “Vivere In”, rivelatosi raffinato poeta della contemplazione e cantore dell’amore compreso nella comunicazione spirituale con Dio, nonché fine cesellatore di slanci testimoniali e devote corrispondenze tra Padre e figlio, concorre a prefigurare uno scenario in cui la  poesia non tace il proprio slancio, in tal modo indicando alla creatura come sussurrare la propria presenza dinanzi al suo Creatore; mentre quest’ultimo la riscopre nell’ascolto di quel bisbiglio.
A questo punto, metti che una sera i versi di una raccolta di poesie di Giordano, Dialogando con l'amato, edito da “Vivere In” e pubblicato nel 2006, vengano declamati dalla voce calda di Giancarlo Davoli sullo sfondo del prezioso accompagnamento musicale della violinista Maria Mattea Pagani, e che quelle sillabe creative impregnino di ovatta l’atmosfera, già di per sé confortevole, di un Cavallino Bianco gremito di appassionati testimoni di quell’elegiaca esperienza; metti che quest’evento sia stato voluto e creato dagli ideatori del “Dimartedìculturando al Cavallino”, ovvero dal professor Tommaso Cozzitorto, dalla poetessa nostrana Ines Pugliese e dal noto giornalista Giovanni Maria Cataldi; e metti ancora che si possa sostituire al canto una preghiera e che si riesca ad attraversarne l’incanto in una sala fatta solo di silenzio... Ora, posto che tutti voi sappiate cosa rivelino questi incontri culturali del martedì, potreste interessarvi adesso al contributo critico, letterario e – perché no, anzi soprattutto - spirituale che hanno dato quella sera i tre diligenti curatori. 
Dopo una  prima lettura che Giancarlo Davoli svela di un verso assordante di solitudine - nell’incipit: “Non lasciarmi...” -, i saluti di Giovanni Maria Cataldi riferiscono di un “amore cristiano che nel dialogo con l’amato diventa liberazione”, emancipazione e redenzione, scioglimento da quei vincoli fin troppo umani di sovvertimento etico, per cui solo perseguendo egoisticamente i propri intenti si realizza la compiutezza della propria persona. Di contro, Cataldi legge nelle parole di Giordano la rivelazione di ciò che rappresenta per l’uomo il confronto con gli altri uomini e in primis con il Creatore, perché “il dialogo con Dio porta necessariamente al dialogo con l’altro. In tutta la storia del Cristianesimo è imperante il rapporto dialogante; anche il Vangelo è una lettera che si fa dialogo”. Come il poeta, il cristiano pertanto si relaziona all’invisibile cogliendo sprazzi di luce: per il primo si tratta di similitudini sulla pagina, per l’altro di estasi tra i moti dell’anima.
“Nel dialogo immaginario tra l’autore e l’amato”, conclude Cataldi, “l’oggetto di questo amore non può che essere Dio, in quanto sorgente dell’amore,  e il prossimo, poiché l’amore per Dio è sempre amore per il prossimo”. Quando la poesia è un gesto di compenetrazione sensibile tra simili e non solamente un appetito meramente stilistico.
 Ines Pugliese, frizzante e briosa come sempre (a chi conosce le sue liriche, ricorda quelle rose in vaso, così colorate e profumate, ma così trapiantate nella nostalgia di uno strappo), descrive quello di Giordano “un libro che lascia perplessi per quanta fede e quanta ricchezza d’animo venga fuori, perché se è vero che Dio si incontra nella solitudine, queste poesie allora sono il frutto di un sacrificato lavorio interno, il risultato di tanti anni di ricerca”. E poi la poetessa non può che registrare una certa suggestiva empatia nel comprendere che “la sete d’amore e la ricerca d’assoluto”, che hanno guidato la penna del religioso, non sono che pungoli, sì spirituali, ma anche creativi nel realizzare quella “poesia ardente che, nella contemplazione della bellezza, giunge a dialogare con il sublime”. Ma non certo questo un tentativo da parte della curatrice di  difendere ad oltranza l’inflazionata teoria di un’arte per l’arte, per cui ogni altra prerogativa che non sia estetica rischia di esulare dal valore implicito della poetica, piuttosto emerge l’intento da parte sua di cogliere dall’opera d’arte l’offerta suprema: riconoscere Dio, riconoscersi in esso e riconoscere Lui negli altri. “Quella di Nicola Giordano”, esulta Ines Pugliese, “è una poesia che si presenta come luogo d’incontro d’amore per Dio e per l’universo”, perché “è una poesia religiosa e mistica, una poesia che è anche preghiera”. E qui la nostra conviene finalmente che “la poesia e la religione non possono scindersi, perché entrambe portano a Dio”.
Poi torna all’ineluttabile fase di tormentata inquietudine che accompagna ogni qualsivoglia ricerca intima e personale che soggiace all’esperienza artistica; ma è tutto  predisposto per la radura di “una preghiera che ottiene conforto dall’abbraccio con il Padre”.
 Intanto, quella sera di martedì 24 gennaio, mentre versi che cantano di parole e di incontri  si accavallano, e la musica si srotola in tappeti sbacchettati da un violino eloquente e raccolto, il pubblico assiste alle corrispondenze tra l’amante e l’amato e si assicura di coglierne almeno l’impeto che riaffiora tra gli anfratti silenziosi della trasportata dizione di Davoli...
Tommaso Cozzitorto si sofferma infine sulla figura filosofica e letteraria di Giordano, su come in lui il pensiero travalichi determinate formule religiose, per esprimere in tutta la sua potenza una curiosità di conoscenza che nulla ha da invidiare ad autori cosiddetti laici. E poi si compenetra dell’indole di ricercatore del sacerdote che, da vero e proprio philospher,  parte alla conquista della verità, perché, dice Cozzitorto, “l’incontro con la verità è Dio”. Secondo il professore, se si vuole infatti comprendere fino in fondo la complessità della figura poetica di Giordano, non si può non constatare che dalla sua opera traspare “una ricerca continua, una ricerca dinamica e non statica”. Da qui la conciliazione con il preambolo, per cui si rifugge il pregiudizio legato al ruolo di sacerdote che riveste il poeta, pregiudizio che vuole i religiosi come intrappolati nella morsa di un assolutismo immobile e nella sciatteria di una forma di intolleranza dottrinale. Da qui il posto importante che, secondo Cozzitorto, l’autore concede all’uomo di occupare nell’economia del confronto con l’amato che è l’amore: “L’uomo è protagonista della ricerca, è lui che vuole ricevere l’amore e lo spirito. Noi crediamo che l’uomo debba annullarsi nell’ascolto di Dio, ma non c’è un senso negativo nello spoglio di sé, perché l’io dell’uomo rimane e lo si riconosce nell’amore di Dio che è libertà, libertà di restare uomini nel suo amore”.
Tommaso Cozzitorto vive con le parole, è un critico letterario e un docente d’italiano; di certo conosce il loro potere sferzante e la snervante contrapposizione dell’incomunicabilità. A volte uno scrittore, infatti, strappa le pagine dei giorni e ingurgita la voce. Si circonda di silenzio e di spazi bianchi. Ma “la parola deserto non fa paura”, confessa Cozzitorto riferendosi all’indole riservata che caratterizza un religioso-poeta, “perché in Nicola Giordano questa parola è dinamismo e ricerca”. Sabbie mobili, direbbe un poeta. “Anche la parola croce in lui non è statica”, dice ancora il professore.
La croce, direbbe un altro poeta, è simbolo di un movimento che trascina il proprio peso fino all’incontro con Dio. Nel solco scorrono versi.


  da "Il Lametino", 11 febbraio 2012


sabato 18 febbraio 2012

Dècade magnolia

Come rosa
sbocciare
di rosso profumo.

Di sogni
svegliarsi
a primavera inoltrata,
come un'alba
fiorita di luce.

Nell'autunno,
intinto di giallo dolore,
il tramonto dei gabbiani
sull'orizzonte del mare.

giovedì 16 febbraio 2012

Vademecum per scrittori da strapazzo.



di Pasquale Allegro



Cari scrittorucoli di provincia, desidero riportare qui alla vostra eloquente letteraria attenzione, la seguente classica frase fatta che, in lungo e in largo attraversando la penisoletta nostra bagnata dal Mediterraneo quale culla di alta diffusione culturale, recita così: “In Italia ci sono più scrittori che lettori”. Naturalmente il fenomeno è diffuso anche tra le lande culturalmente popolose di Lamezia Terme.
Dal fatto che effettivamente ci si trastulli poco poco nella lettura e dal dato eloquente che si elargisca un po’ troppo arbitrariamente autoreferenziali doti scrittorie, senza tener conto di cosa alla gente interessi veramente leggere, segue un’attenta analisi e un importante resoconto contro ogni vostra improvvisata e distratta considerazione.
Ebbene, ammettiamolo pure, ciò che conta maggiormente è, prima di tutto, rincorrere la felicità sprizzante che sprigiona dopo l’agognata pubblicazione, dopo di che ci si ringalluzzisce in estenuanti presentazioni (ma, uffa, a volte quanti relatori si susseguono, manco si presentasse un nostrano Madame Bovary), fino alla prova del nove, quella delle vendite... E qui caliamo un velo pietoso, anzi pietosissimo.
In linea di principio, cari nostri sensibili artigiani della parola, universalmente quello che conta è la gioia di scrivere e di farsi leggere. Eh sì, è inutile nascondere la propria incapacità e inesperienza, o peggio una vera e propria mancanza di talento, dietro la diafana maschera di uno snobismo deliziosamente affettato, perché tanto lo sappiamo che rendere pubblico qualcosa significa sempre “buttar fuori”, giammai “custodire dentro”. Premesso, a proposito, che personalmente ritengo che l’attività di scrivere possa essere anche disgiunta dalla necessità di essere letti a tutti costi, ciò non spiega però il perché si crogiolano sempre  più scrittori e si pasciono sempre meno lettori; cioè, perché mai sempre più gente sente il desiderio di pubblicare e sempre meno gente ha voglia di leggere?
Ma il vero punto della questione è: perché molto spesso coloro che scrivono e pubblicano un libro, non sono dei lettori? E badate, non mi riferisco all’accanimento terapeutico nei confronti di pagine inermi, ma penso ad una semplice e normale attitudine che azzarderei ritenere quasi “congenita” all’esperienza artistica: sforzatevi di immaginare ad esempio un fotografo che non osserva o un pittore che non contempla...
Cari lettori d’informazione, ora mi riferisco a voi. Per puro caso conoscete le sublimi influenze di questi innumerevoli Sciascia e Camilleri che occupano gli spazi e gli ambienti di largo respiro culturale che offrono le librerie e gli auditorium nostrani? Persino il Teatro Grandinetti pullula di aspiranti Tolstoj, i quali, il più delle volte, non conoscono affatto la fonte e le inondazioni della propria aspirazione.
Non hanno titoli? No, non si tratta di una banale discriminazione curriculare, piuttosto mi esprimerei in termini di personalità artistica. È evidente che in questo modo viene loro a mancare una tappa fondamentale all’interno di un percorso personale e artistico di notevole rilevanza.
Quando mi capita di intervistarli, alla semplice domanda Cosa legge? mi rispondono, a volte anche con aria di sufficienza, E dove lo trovo il tempo di leggere?. Certo, dove lo trovano il tempo, presi come sono a spargere per l’aere dell’arte le loro elucubrazioni estetiche di inafferrabile efficacia letteraria.
Scrivere è terapeutico. Le prime versioni di quella forma di scrittura conosciuta come diario, nel quale confinare i propri stati d’animo e i propri inenarrabili segreti, già erano in voga alla fine del Settecento. Ma da qui a pensare di dover sopportare, noi tutti, il peso di sozzure date in pasto al sentimento conciliante di uno spirito altrimenti condannato ad essere tacciato di mancato campanilismo, mi pare alquanto ingrato: si chiede decisamente troppo alla nostra solidale pazienza.
Sono effettivamente numerosi i nostri concittadini che coltivano l’hobby della scrittura. Che siano puerili imbrattatori di pagine, usurpatori dell’inchiostro, assaltatori di indifesi personal computer, o tanti piccoli Baricco in erba, poco importa. È talmente grande la brama di scorgere il proprio nome sulla copertina di un libro, di potersi recare dai propri amici (tanto alle loro spalle, oh, quanto ne diranno!) e schiaffare sotto il loro naso il libro fresco fresco di stampa, che quest’esercito della salvezza, questa orda di nuovi autori – protagonisti della nouvelle vague dell’editoria a bassa fedeltà - non si preoccupa affatto di ciò che potrebbe essere più indicato scrivere in base alle proprie capacità; l’unica preoccupazione è quella di scrivere, scrivere e scrivere ancora, senza tener conto delle proprie attitudini e dei limiti che ognuno necessariamente possiede e che opportunamente deve riconoscersi. E poi, un minimo di conoscenze tecniche di base, no? Approssimativi al potere! E’ una questione di sei politico e di sessant’otto della letteratura...
Fatto sta che di questo diffuso fenomeno ne approfitta, con notevole successo, la piccola industria libraria, quella composta da quell’agglomerato di piccoli editori che non ha evidentemente né le qualità né la volontà di diffondere e vendere ciò che pubblicano. Del resto, la maggior parte di questi pseudo sfruttatori di sogni ha scoperto questo nuovo modo di guadagnare facendosi pagare le spese di pubblicazione da chi scrive.
A questo punto, sarebbe sensato, all’interno di una logica etica di mercato spruzzata di condizioni deontologiche editoriali, che queste piccole case editrici selezionassero il materiale e pubblicassero solo il meglio, che  dedicassero pertanto le proprie energie a sostenere la pubblicazione e la diffusione di chi possiede effettive capacità letterarie. Altrimenti dovremmo ritenere ormai passata a miglior vita la metodologia classica di selezione delle opportunità; quell’acume editoriale, che comporta anche rischi da  parte dell’editore di operare delle scelte qualitative, finirebbe per l’essere considerato alla stregua di un antiquato comodino tarlato: se ne riconosce il valore, ma non se ne legittima la prosecuzione dell’utilità. Filosoficamente poi, se tutto è bene niente è bene; allora, di conseguenza, se tutti possono scrivere nessuno è scrittore. Da ciò la confusione che alberga nelle povere menti dei non addetti ai lavori.
Attualmente sono numerose le case editrici che operano commercialmente, cosicché, producendo esse troppi libri, il mercato è in questo momento storico alquanto intasato. Certo non si discute che si possano trovare buoni libri – a volte ottimi - anche nelle piccole case editrici locali, ma bisogna evidenziare purtroppo il fatto che questi corrono il rischio di perdersi nel marasma dell’incongrua bancarella allestita da incompetenti editori che, incondizionatamente, pubblicano testi finanziati dagli stessi autori.
Cosa fare? Come difendersi? Per prima cosa, è auspicabile che queste piccole etichette editoriali si riconoscano dal loro stile, dalla propria linea editoriale, che, come lettori, si possa venir riconquistati, che si possa di nuovo conciliare la propria fiducia a quel determinato nome e marchio. A ciò si aggiunga, da parte di questi neofiti dell’editoria, una buona dose di efficacia comunicativa che stia al passo con i tempi.
Ecco perché, in fin dei conti, i cosiddetti “lettori forti” preferiscono un libro pubblicato da una grande casa editrice, di quelle ovviamente famose. Il lettore insomma si fida di una strategia editoriale che difficilmente pubblica qualcosa di oggettivamente illeggibile (al massimo è troppo popular), perché non corre il pericolo di imbattersi in qualcosa di autoprodotto e che di conseguenza non ha affrontato l’esame della critica.
Altra questione, e qui mettiamo in discussione anche il settore culturale del nostro giornale, sarebbe augurabile un pizzico in più di “spietatezza” da parte della critica letteraria locale, con la speranza che una recensione, ad esempio, sia frutto di un’imparziale analisi del testo in questione, piuttosto che un “favore” all’amico inopportunamente dedito al mestiere dello scribacchino.
Ritornando alla questione degli scrittorucoli autoctoni, chiediamo dunque un atto di clemenza: tenete un diario, pubblicatelo pure se ciò soddisfa la vostra volontà di potenza, ma abbiate sempre e soprattutto l’accortezza di esaminare oculatamente la proposta letteraria che vi verrà avanzata dalle piccole case editrici.
E poi, vi prego, leggete, leggete e leggete.
Perché se è vero che leggere un libro rende migliori, è altrettanto vero che a noi, povere vittime delle vostre entusiastiche espressioni letterarie, se non dovesse valerne la pena, ciò può fare anche un po’ incavolare per aver perso del tempo prezioso. E a voi, per aver perso un bel po’ di soldi e aver copiosamente ingrossato il mercato del macero.


da "Il Lametino"

sabato 28 gennaio 2012

Un volto in cerca d’autore.

Una Storia di ordinaria attribuzione.
Lo studioso d'arte lametino Mario Panarello alle prese con l'inconveniente di dire: " Bernini".




di Pasquale Allegro
foto di Andrea Latelli







Mario Panarello è un redivivo Stendhal.

Non certo perché rappresenta l’ultimo esponente di un romanticismo francese da riportare in auge tra le rovine del romanzo, o perché, poco poco, sia da ritenere un impolverato scrittore di reportage da Gran Tour, piuttosto, per esulare dalle categorie letterarie e riportare il discorso sul reale campo d’interesse, direi che nel suo sguardo è incipiente quell’affezione estatica, quello stato confusionale che di quella famosa sindrome ti restituisce l’amore vero e puro per l’arte.

E del professore Mario Panarello si potrebbe dire infatti che travalica facilmente lo stato di invaghito per la bellezza per passare in quello più accademico, per così dire, di invasato per un’idea estetica, di quelle che ti comunicano le viscere di una passione e di uno sgomento, sempre fanciullo, di far fronte alla meraviglia di un artefatto maestoso: il Santuario di S. Domenico di Soriano Calabro che, nel  suo splendore atavico, già redarguiva di solennità i pellegrini - stanchi viaggiatori dello spirito che anelavano alla grazia del cielo - e gli artisti di ogni dove e di ogni tempo – fruitori dell’immanente e terrena bellezza  di figure di pietra e di marmo -.

Si tratta di un santuario fondato nel 1510, che ebbe poi notevole riscontro qualche decennio dopo, quando apparse prodigiosamente (immagine acheropita, ovvero non fatta da mani umane) un quadro raffigurante San Domenico che la stessa Vergine Maria avrebbe donato ai monaci sorianesi e le cui grazie avrebbero operato miracoli straordinari.

Attualmente questo  luogo si trova nell’occhio del ciclone di un dibattito culturale e artistico nazionale proprio grazie a Mario Panarello, storico dell’arte e docente di Restauro e Diagnostica dei Beni Culturali all’Università di Cosenza, nato a Lamezia Terme, ma residente nella placida cittadina di Briatico (“la mia casa è un museo che guarda al mare”, mi confessa soddisfatto).

Ripeschiamo tra gli eventi. Nel 2006, il Comune di Soriano Calabro gli affida l’incarico di allestire, presso il convento di San Domenico, il “Museo dei Marmi”, una raccolta interessante delle opere memori di fulgido splendore di un maestoso complesso architettonico che, insieme alla silente e aulica preghiera della sua chiesa, andò distrutto nel sisma del 1783, riducendosi a quello che oggi si può definire un cumulo di rovine. Eppure, questi frammenti architettonici, questi indizi di capitelli e ammennicoli decorativi, questi gesti marmorei concessi a figure di angeli e di santi, questi momenti mai assopiti della creatività di un laboratorio barocco, non serbano gelosamente il ricordo del passato, ma, custodi incauti della memoria, pare strillino il loro intimo e personale segreto di conquistata eternità.

Basta tendere l'orecchio a quel sussurro che ti esplode dentro e ti restituisce, di grazia, il bello: “Se parli di ritratto vivo dici Bernini...”, mi spiega il professore, “desiderava con tutto il cuore che i suoi soggetti si muovessero... non voleva che fossero statici. Ma guarda, dai, non noti gli occhi guizzanti che sembrano quasi colloquiare?”.
E siamo giunti qui al nocciolo della questione, alla fonte da cui è scaturita tutta una querelle sul destino di un'opera, una discussione dai toni pacati, certo, ma che ha presto solleticato le dotte dissertazioni di esimi studiosi in letargo. Gian Lorenzo Bernini, galeotto fu il suo nome in tutta questa storia.  
Destino volle, infatti, che fra i vari frammenti della navata della chiesa e dell’altare maggiore, fra pezzi di capitelli e pezzi di cornici, fra busti di santi e piume di putti, spuntasse una testa in marmo raffigurante Santa Caterina da Siena. A primo impatto, come riportato anche in uno dei suoi primi volumi pubblicati, il professor Panarello descrisse questa scultura semplicemente come un pezzo importante della seconda metà del seicento: “In seguito, dopo che è stata ripulita dal restauratore, dopo i graduali processi sbiancanti del marmo, è venuta fuori la sua straordinaria bellezza, e lì ho capito che era un’opera particolarmente importante”, e sul particolarmente l’esperto strabuzza gli occhi, quasi non riuscisse a spiegare veramente quanto possa esserlo...
Fatto sta, comunque, che sulle pagine del volume che ha poi pubblicato nel 2010, Il grande cantiere del Santuario di S. Domenico di Soriano, edito da Rubbettino, Mario Panarello si spinge molto in là, non solo inserendo la Santa Caterina tra le produzioni di scuola berniniana, ma addirittura attribuendo “con prudenza, molto prudenza” la preziosa scultura direttamente alle paternità delle preziose mani del prestigioso maestro. E anche qui, soprattutto quando sottolinea il termine prudenza, fa delle piccole smorfie con la bocca e dà dei piccoli movimenti del collo rispondendo “sì” e “no”, “si” e “no”...
Capisci che il professore è disposto a scendere a patti con la realtà solo quando finalmente si rassetta i capelli e t’invita a entrare e a conoscere, così, le rovine del suo paradiso terrestre.
Prima di raggiungere l’ingresso del Museo dei Marmi, m’incammino affiancando la parte rimasta del “chiostro di mattoni” del convento (più avanti si trova invece “il chiostro di pietra”)  e poco ci manca che, piccolo piccolo di fronte a cotanta meraviglia, possa sentire il mio passaggio come un momento di fuliggine strappato dal vento della Storia.
“È un santuario barocco a tutti gli effetti,” m’istruisce Panarello, “nasce con il Barocco e muore con il Barocco. Ha proprio questa parabola: nasce nei primi del ‘600 e muore alla fine del ‘700, quando il barocco è bello che sepolto”.
Appena si entra nel museo, lo sguardo del visitatore è catturato dalla figura imponente di S. Domenico che traluce da un busto in marmo attribuito a Giuliano Finelli, allievo e collaboratore di Gian Lorenzo Bernini. Alla sua destra, come prestasse fianco al padrone di casa con la sua mistica presenza, si trova lei, sì, colei che preferì adombrarsi della sofferta luce di una corona di spine anziché  indossare una caduca ghirlanda di pietre preziose: Santa Caterina da Siena, con il suo sguardo rivolto altrove, sempre più oltre e oltre ancora. 
Osservando dal vivo questa scultura si ha come la sensazione di scorgere veramente una vita che freme, un’esistenza di cui pare sentire il sussulto del sangue che ancora sgorga; non ci si trova più davanti ad una foto che mira solamente a dichiarare la solennità dell’opera, la rappresentazione inerte di un grumo di cellule rapprese.
“Sì, è un volto splendido... e cambia luce, cambia se la guardi da un’altra prospettiva... le pupille, le ciocche, sono vive, sì, proprio così, vivono...”. Tutte caratteristiche che pare ti supplichino uno sguardo e una carezza, tanto sembrano animarsi sotto l’impulso dei sensi.
“È un pezzo di una bellezza... e più la guardo e più dico che sì, sì...”
“Sì?”
“Ma dai... sì, va bene, bisogna essere cauti nell’affermarlo, siamo pur sempre scienziati, fatto sta però che io ci penserei anche tanto, e veramente tanto, prima di affermare che questa meraviglia non è di Bernini!”
L’esperto professore potrebbe abbandonarsi in incaute confessioni. Lo incalzo. Voglio tornare sulle caratteristiche che lo fanno esclamare – “con prudenza eh, sempre con molta prudenza!” - che la testa marmorea della santa può essere attribuita a Bernini. “Sono supposizioni che” premette Panarello “studiando un pezzo maciullato in questo modo, non puoi restituire come certezze. Qua c’era uno sviluppo di capelli, cosa c’era qua ancora? Non si sa.”.
Infatti, anche a causa di anni e anni di incuria e di abbandono nei cortili del convento, il volto della figura risulta scheggiato, e poi mancano, ad esempio, parti del mento e del naso: “Purtroppo la superficie calcinata non è più lucida, non ha più la sua patinatura.” E poi manca ancora tutta la parte inferiore che va dal collo in giù, il che fa supporre che in realtà la testa sia la parte rimanente di un busto: “Sappiamo poco dei soggetti sacri, dei busti di Bernini,” e qui il professore comincia ad illustrare la sua tesi, “l’artista, infatti, in vita fa un resoconto delle sue opere, elenca, ad esempio, le strutture sacre plasmate e poi alla fine di questa lista afferma di aver creato dei busti. Io credo, appunto, che non si riferisse ai ritratti. Mi spiego meglio: io credo che in quella affermazione Bernini abbia incluso nella categoria dei soggetti sacri i busti come formato scultoreo. Di conseguenza questo fa pensare che fino ad oggi non si conoscono i busti sacri dell’artista napoletano”. Pertanto, laddove si arrivasse ad affermare, con certezza inattaccabile, che il marmo di Santa Caterina è opera di Gian Lorenzo Bernini, la supposizione di Mario Panarello finirebbe per essere una scoperta eclatante.
Intanto gli occhi della santa vibrano di espressioni estatiche. È la mistica prova della possibilità dell’arte di sublimare momenti e protagonisti.
“Guarda quest’espressione intensa di slancio spirituale”, continua a delucidarmi Panarello, “ e osserva bene come contrasta con il naturalismo delle ciocche, come se avesse voluto sfidare le regole dell’arte giocando con diverse nature.” E poi ancora: “Guarda la pupilla, è scavata; la pupilla arrotondata era una prerogativa della cultura classica, mentre questo elemento scavato dà espressioni, è, come dire, più pittorico, diciamo così”.
E te lo spiattella lì davanti, con la fierezza di chi ha finalmente fatto esperienza di quella maestria che i tomi scolastici rendono sempre distanti anni luce, davanti all’incombente solennità di una biografia che non ha eguali; il virtuosismo ed il naturalismo estremo di Gian Lorenzo Bernini sono il trait d’union fra la speranza di un improvvido e appassionato studioso dell’entroterra calabrese ed una languida e spirituale espressione artistica di un volto di marmo scampato all’oblio. Per entrambi, ciò che conta è la conquista dell’eternità. 
Per raggiungere questo obiettivo Mario Panarello non dispone però dello strumento preferito dal maestro, quel trapano che “crea un effetto tridimensionale più forte, mentre un classicista...”, ma si predispone alla tenacia e alla solitudine dello scriteriato - nella sua indotta pedanteria - osservatore: “Devi avere un occhio clinico per distinguere Bernini dagli altri della sua scuola. Il nostro è uno studio soprattutto visivo, i particolari sono minimi”.
E solamente lui riesce a compenetrare Santa Caterina di uno sguardo che ne sa riconoscere l’effetto del chiaroscuro, che si ostina a ribadire la capacità di resa dei particolari anatomici tipica di Bernini. E lo fa poi in un confronto forsennato con l’Anima Beata dello stesso autore, rimaneggiando riscontri evidenti nell’identica impostazione, nella tecnica, nella resa di quel sentimento di rapita astrazione in cui si cimentano le espressioni di quelle figure.
Ma allora, il caro nostro professore Panarello, annuncerà la sua verità tra queste pietre e questi scampoli di vita e di arte, concederà alle presenze di cui è innervato questo santuario di instaurare un rapporto definitivo con la memoria storica, restituirà antico fulgore a dei ruderi sbilenchi e a delle facce sbiancate, completando così la sua ricerca e fomentando certezze su certezze? È uno studioso onesto, preparato a lavorare più sui dubbi che sulle certezze, perché “è importante creare anche dibattito, e ben venga la discussione. Anche le ricerche più documentate e che producono certezze aprono nuovi canali, quindi quello dello studio dell’arte è tutto un campo dinamico, in evoluzione. Alla fin fine, dunque, anche un’attribuzione sbagliata può essere utile”. Forse io non posso comprendere come vanno certe cose, capire cos’è autorevole e cosa non lo sia, e chi possa arrogarsi il diritto di  decidere cosa debba esserlo.
  E un po’ Mario Panarello forse vive di questa umile attesa; manda avanti la sua esistenza proprio come fosse un frammento di marmo a cui bisogna ancora attribuire un nome, a cui si deve ancora riconoscere il giusto valore. Vive come le sculture oggetto del suo studio, che, inquiete nella loro immobilità e ciancianti d’esperienza nel loro silenzio, si lasciano inghiottire dalla semplice bellezza della natura. Che si tratti di museo o di mondo, non fa differenza.
Se polvere di pietra o luce d'aurora, poco importa.









lunedì 2 gennaio 2012

I luoghi della scrittura: le stanze interiori di una giovane promessa.

Elena Lio - “Siddharta in salotto”


di Pasquale Allegro


“Una donna deve avere soldi ed una stanza suoi propri, se vuole scrivere romanzi”, lasciò detto un giorno Virginia Woolf, rimestando così, in contrappunti esistenziali, la possibilità di crearsi uno spazio personale, intimo, in cui soggiornare i propri effluvi creativi, le proprie oniriche esasperazioni, la propria metamorfosi kafkiana. Chi infatti, anche tra i più distratti conoscitori di letteratura, non attribuisce al ripugnante protagonista del racconto, ormai cult (che brutto termine cult, non meno abietto del pusillanime ormai), dello scrittore di Praga, l’incapacità di crearsi uno spazio, reale e simbolico allo stesso tempo, in cui contenere l’esplosione della propria soggettività, così infima ed infinita allo stesso tempo, e di quella personalissima e indivisibile “diversità” in cui ritrovare tutto se stesso?
Quando sentirete che quel luogo è diventato finalmente il vostro, potreste, kafkianamente appunto, correre il rischio di prestare il fianco all’emarginazione alla quale il "diverso" viene condannato a sguazzare come prigioniero delle proprie autentiche espressioni, mentre in alternativa, così come è riuscita a fare Elena Lio nel suo Siddharta in salotto, potreste trovare rifugio nella vostra cameretta, per ritrovare quelle parti di voi incautamente smarrite, perché nascoste “sotto una spessa coltre di batuffoli di polvere”. Quello sarà il vostro spazio, un “posto al sicuro nella custodia della bellezza”, un luogo in cui rifugiarsi per risollevare le proprie passioni e concertare i propri desideri; in una parola: esserci per sé, e per gli altri.
Personalmente, immergendomi tra le righe di questo diario microcosmico mi sono ritrovato tra un’infinità di stanze e di case, e, facendo ancora mie le parole di Elena, “non intendo dentro casa, intendo dentro me”.
Fatto sta che, non trovando tra le righe di Siddharta in salotto una benché minima traccia di insetti pelosi e ripugnanti, mi è piaciuto pensare all’autrice come ad una fanciulla – ha poco più di vent’anni - aggraziata e soave che si aggira tra le pareti della propria anima, persa in disquisizioni intense e delicate, e che, al pari del personaggio uscito dalla penna di Hermann Hesse da cui il titolo del libro, “dentro di sé porta tutto quello che l’universo intero ha difficoltà a concepire”, nell’attesa che arrivi “il momento migliore per uscire dal bozzolo e volare”.
Nostra giovane concittadina nata in un anonimo settembre del 1990 (“un parto della natura lanciato verso l'ignoto”, è il riguardo di Hesse nei confronti di un altro suo personaggio), studentessa universitaria alle prese con la sua prima pubblicazione, Elena Lio ci guida nelle sue stanze con piglio sicuro da donna work in progress e con polso fermo da narratrice incallita dell’io, con una scrittura ponderata nei toni, ma soverchiante nella sua capacità di inabissarsi dentro la scelta coraggiosa di impelagarsi in un silenzioso colloquio con sé stessa, senza mostrare però la tragica coda dell’irruenza post-adolescenziale: “Forse sul mio letto dorme il mio futuro, un serpente che fa la muta e trema di spasmo, malattia e vita rubata impudentemente alla più saggia delle invenzioni: la morte”.
Vi si scopre un uso analgesico della parola; in tal senso l’autrice tenta di attribuire alle esperienze connaturate alla sua giovane età, una serie di solide considerazioni congetturali, sapientemente dosate applicando il soffice balsamo dell’innocenza, di un alacre spirito di saggezza e di un’insolita maturità redentrice.
E così, via via sfogliando il libro, ci si può imbattere nella carezzevole descrizione di una situazione solo in apparenza consueta o in un soliloquio quotidiano che di riflesso si specchia sul vitreo sfavillio di uno sguardo interiore: “Come un baco da seta, mi sono avvolta nei miei capelli: siamo cambiati insieme, cresciuti insieme, nelle forme, nei colori, nello stile”.
Ci sono pagine che, per grazia, farebbero arrossire di vergogna alcuni nostri scrittorucoli di provincia, tutti protesi a sciorinare proverbi in disuso, - tanto negletto considerano l’italiano che non pretendono di imparare –, a declamare versi che non sono versi, perché non si possono considerare tali delle semplici frasi di senso compiuto, o tutti spazientiti nel dimostrare che le viuzze di San Teodoro sono alquanto strette, sì, ma comunque un giorno, ormai lontano, vi filavan le vecchiette sedute all’uscio.
Ed è da considerare allora rassicurante il fatto che ci siano giovani (e va bene, non è un merito solo questo) lametini dediti alla formula narrativa, ma soprattutto ci conforta sapere che ci può essere ancora chi della letteratura non redarguisce l’analisi interiore, chi, rovistando tra gli innumerevoli intrugli da laboratorio della scrittura, dedica ancora particolare attenzione allo strumento della parola; è un po’ come riscoprire la figura dell’artigiano della parola. È un po’ come scrivere: “Questo silenzio dell’anima è rumoroso come lo scalpiccio vigliacco e caotico di una truppa in ritirata, è come un lenzuolo bianco ricoperto di polvere che io stessa mi butto sul cuore”.
Elena Lio ha, comunque, tutto il tempo di approfondire le sue doti introspettive, e tutto uno spazio artistico da occupare, grande quanto l’anima ed immenso quanto il mondo che troverà fuori da sé, e che ci si augura osserverà non come fosse uno di quei gerani che, costretti all’eredità genetica delle balconate, nella scena rappresentata ne Il vaso dei gerani si genuflettono davanti alle intemperie, “tristi e infreddoliti e umidi e soli”, e che mentre “fioriscono e sfioriscono, vedono la gente passare, alternarsi e ripetersi lungo la strada”. Perché, comunque, a chiudere la cornice interviene un gesto di rivalsa, un sentimento panico di dannunziana memoria: “Invece noi stavamo lì, fioriti o appassiti: noi, imperterriti con le nostre radici, coi nostri ideali di solitudine e meraviglia”.
Siddharta in salotto è un libriccino da camera. Non tratta di vicendevoli e avviluppanti corridoi contorti della mente, no. Di stanze, dicevamo. E di ospiti esuberanti ed invadenti come la polvere, “polvere ovunque, polvere sul pavimento in una stanza piena di cianfrusaglie”. I ricordi sono sepolti sotto questa nebulosa coltre nostalgica, come stipati “nel terzo cassetto dall’alto” – ci si perde negli anfratti espressivi dell’autrice, tra trasfigurazioni, traslazioni concettuali e similitudini -, i desideri soffocano insipienti come fossero barlumi di passione anchilosata, perché, confessa Elena, “la polvere è un cuscinetto di spessore tra me e la donna che voglio essere, la mamma che voglio essere, il mondo che voglio accogliere dentro di me”.
Siddharta in salotto è un libriccino da camera. Non tratta di relazioni interpersonali e di voci scambiate, no. Pulsa di silenzi e di pioggia, di moquette consunta da riflessioni di gocce penetranti. “Ma questo silenzio interiore toglie consistenza al rumore delle gocce di pioggia”, ci sussurra l’autrice, e noi le crediamo.
Sì, noi che ci aggiriamo tra le pareti cocenti dell’esperienza estetica, comprendiamo il sordo verso gutturale di un’eco frenata. Ma la preghiamo con tutto il cuore di non tentare mai di comprimere il silenzio assordante che la costringe comunque a parlarci di sé e delle sue stanze in maniera così suadente.
Scongiuriamo, così, una volta per tutte, il pericolo di ritrovarcela un giorno, in disgrazia ispiratrice, tutta presa a sciorinare proverbi in disuso o a declamare versi che non sono versi. Lasciamo ad altri il vezzo senile di dimostrare che le viuzze di San Teodoro sono alquanto strette, sì, ma comunque un giorno, ormai lontano, vi filavan le vecchiette sedute all’uscio.


Autore: Elena Lio
Titolo: Siddharta in salotto
Editore: Aletti, collana “Gli emersi - Narrativa”
Pagine: 92
Data di pubblicazione: 2010
Prezzo: € 13,00

Da "Il Lametino", dicembre 2011